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Si torna a casa – 2 marzo 2014

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Ultimo Starbucks al Dolphin mall a poche miglia dall’aeroporto di Miami.

Alle 17,55 si decolla e si torna a casa.

Giro del mondo finito!

Misto di gioia di tornare a casa e di malinconia per un sogno che si conclude.

Beh, basterà trovarne di altri!

USA – 14-15 febbraio 2014 – Miami

Orlando dista da Miami circa 300 km, o poco piu’.
Partiamo dal nostro hotel verso le 11. Tra l’altro Gabry scopre che i cartelli “No feed alligator” sul laghetto tra le villette, non e’ uno scherzo come credeva lui! La concierge ci conferma che hanno 2 piccoli alligatori, ma ci rassicura che sono innocui: noi comunque stiamo per partire! Pero’ in effetti poco prima della partenza ho visto 2 scoiattolini che giravano tranquilli, quindi davvero gli alligatori non sono pericolosi!
La giornata e’ molto bella, col sole, quindi ci dirigiamo verso sud, prendendo la Florida Turnpike, che e’ a pagamento (piccoli pezzi a 1 dollaro o a 75 centesimi, poi un pezzo lungo, con i caselli, come la nostra. Paghiamo 12 dollari). Arriviamo sul mare all’altezza di Jupiter.
Finalmente dopo oltre 40 giorni dalla nostra partenza arriviamo sull’Atlantico: e’ strano come questo ci faccia sentire quasi a casa: e’ proprio vero che tutto e’ relativo! Ad es. stiamo per iniziare una crociera di 10 giorni nei Caraibi, a cui seguiranno ancora 6 giorni e 5 notti in Florida: solo questo e’ piu’ di quanto e’ normalmente una nostra vacanza estiva: anche nel periodo d’oro dei viaggi, quello tra il nostro viaggio di nozze del 2000 e la nascita di Alicia, una nostra vacanza era al massimo di 12 o 13 notti, eppure ci sembra che la nostra vacanza volga al termine e gia’ pensiamo come di solito facciamo gli ultimi 2 giorni!
La costa atlantica della Florida e’ come ce la ricordavamo: strada che scorre dritta lungo il mare, spiagge grandi, belle, ma con un mare simile al nostro della Liguria (magari un po’ piu’ pulito!), tanta vegetazione e uno sfilare di case e villette bellissime!
Vorremmo andare un po’ sulla spiaggia, ma Alicia oggi ha un po’ la luna inversa (e di conseguenza la fa girare anche a me!), poi ci fermiamo per mangiare qualcosa e viene tardi. Insomma, alla fine decidiamo di andare al Sawgrass Mill, un grosso centro commerciale meno di un’ora a nord di Miami. Nel 2005 qui avevamo fatto affaroni (in pratica era l’equivalente del nostro outlet di Serravalle), mentre stavolta rimaniamo un po’ delusi. Comunque riusciamo a comprare ad Alicia un paio di sandalini della Clark per 19 dollari (ne aveva propri bisogno: i suoi li ha distrutti sulla spiaggia e non ci possiamo andare in crociera: va bene non andare in giacca e cravatta, ma neanche proprio da homeless) e Gabry finalmente si compra la custodia antiurto per il cellulare (anche se non la potra’ mettere fino a quando non saremo tornati a casa, perche’ bisogna rimettere lo sportellino dietro, sostituito invece dall’attuale custodia).
Verso le 19 ci rimettiamo in viaggio verso Miami, per arrivare alla sistemazione che ci e’ costata di piu’ di tutto il viaggio.
Eh gia’, perche’ anch’io in questo viaggio ho perso colpi di brutto: sapevo dall’inizio che il 14 sera avremmo dormito a Miami (avendo l’imbarco per la crociera l’indomani mattina), ma non mi sono preoccupata di prenotare per tempo: nel 2005 giravamo in auto e sceglievamo l’hotel la sera stessa. Pero’ era agosto, e di solito ce la cavavamo con 50 euro o anche meno in due.
Ora a Miami e’ super altissima stagione, in piu’ in effetti tutto sembra essere aumentato negli ultimi 8 anni. Cosi’ spendiamo quasi 200 euro ( e per fortuna che il cambio ci e’ favorevole!) per dormire in una topaia. Cioe’ proprio topaia non e’, ma e’ una stanzetta in una specie di condominio, arredata coi mobili di seconda scelta dell’Ikea, un solo letto queen size piu’ un divano che si apre a brandina, una cucinetta e un bagno minuscoli. Pero’ non e’ sporco, e’ solo che ad accoglierci c’e’ una signora tutta gobba, con i capelli bianchi raccolti in una crocchia e un occhio semichiuso: ci fa parcheggiare l’auto in strada (e’ una stradina secondaria e non sembra troppo raccomandabile), ci fa vedere la stanza e ci da’ la chiave. L’indomani mattina ci salutera’ senza farci firmare nulla e senza rilasciarci nessuna ricevuta. Tanto abbiamo gia’ pagato con la carta di credito al momento della prenotazione! Insomma, un vero postaccio.
Lo lasciamo presto e andiamo a portare i bagagli al porto e a restituire l’auto all’aeroporto. E’ la quarta macchina che Gabry riconsegna sana e salva.
All’aeroporto ci viene a prendere Marco, un vecchio amico: sembra incredibile, ma e’ di Savona, giocava ad hockey con Gabry, e da sei mesi lavora a Miami. Lo abbiamo contattato via email e whatsapp e ci ha fatto il grande favore di darci uno strappo dall’aeroporto al porto, facendosi accompagnare dal suo simpaticissimo coinquilino colombiano, Daniel. Prima di portarci al porto (scusate il gioco di parole), andiamo pero’ a prenderci un caffe’ in un bar con una vista pazzesca (altrettanto non si puo’ dire del caffe’, ma non ci lamentiamo).
E’ stato davvero bello dopo cosi’ tanti giorni poter parlare con un amico. Raccontargli e farsi raccontare, parlando in italiano e capendosi non solo per la lingua, ma anche perche’ sa chi sei e da dove vieni. E’ inutile: io e Gabry amiamo moltissimo viaggiare, ma solo come turisti: alla fine siamo piuttosto provincialotti e nonostante tutte le meraviglie, aneliamo sempre a tornare a casa. Certo, purtroppo casa vuol dire anche lavoro, ma a meno che non riprovo ad andare a giocare a Chi vuol essere milionario? e riesco a vincere davvero il milione, mi sa che non ci sono altre alternative. Mi accorgo che purtroppo io alla fine mi godo di piu’ il viaggio quando siamo tornati a casa, quando so che tutto e’ andato bene, e ho digerito le piccole cose che sono andate male, e me lo rivivo nei ricordi: nelle foto, nei video, nei racconti ad amici e parenti. Purtroppo sono fatta cosi’, inoltre questo e’ il primo grande viaggio con Alicia, quindi un po’ di tensione in piu’ ci sta. Pero’ si dice che l’esercizio rende perfetti: forse dopo questa esperienza, il prossimo viaggio normale, di soli 10 giorni, mi sembrera’ una banalita’, e come tale molto facile e rilassante!
Scusate, mi rendo conto che scrivo sempre un po’ saltando di palo in frasca, mischiando resoconto di viaggio e riflessioni personali, provando a raccontare un po’ come se fosse in diretta, e un po’ in flashback. Confesso tra l’altro che sto scrivendo dalla crociera, cercando pero’ di recuperare i giorni passati. Non dimenticate pero’ che questo sito ha i 2 scopi principali di servire a noi 3, in futuro, per ricordarci meglio le cose, e ad amici e parenti per avere nostre notizie prima del nostro rientro. Se poi puo’ anche dare qualche utile informazione a qualche turista, mi fa solo che piacere, ma di certo non ha alcuna velleita’ letteraria! 🙂

Per concludere questo articolo, dopo il caffè Marco e Daniel ci accompagnano alla nave, la Costa Luminosa, e qui inizia la nostra crociera nei Caraibi, di cui vi raccontero’ nel prossimo articolo!

USA – 11-14 febbraio 2014 – Orlando

Lasciata New Orleans sotto la pioggia, ci dirigiamo verso la Florida: passiamo Mississipi ed Alabama (ci fermiamo a mangiare ad un McDonald a Daphne, vicino Mobile) ed entriamo in Florida.
Io ho un ricordo meraviglioso di Destin, sulla costa, sul Golfo del Messico, dove siamo passati nell’agosto del 2005 e dove ricordo una spiaggia bianchissima e deserta e un’acqua limpida, ma purtroppo il viaggio che ci attende e’ lungo e passare da Destin comporterebbe quasi 2 ore in piu’ di viaggio. Inoltre piove! Non voglio intaccare il meraviglioso ricordo. Sara’ per un’altra volta. Tanto come per Hawaii e San Diego questo non e’ un addio, ma solo un arrivederci.
Arriviamo in serata al nostro resort ad Orlando, o meglio, leggermente piu’ a sud, a Kissimmee.
Siamo rimasti talmente entusiasti dell’esperienza a Palm Springs, che non ho resistito alla tentazione di prenotare anche qui una villetta.
E’ vero, ci costera’ 153 dollari a notte (tasse comprese), ma ci siamo resi conto di quanto la sistemazione per noi sia importante, specialmente in un viaggio cosi’ lungo. Preferiamo poi mangiare al Mc o da Subway o comprarci un’insalata e una pasta da fare in camera, e sbatterci coi mezzi pubblici (quando ovviamente non abbiamo l’auto in affitto), e magari rinunciare a qualche acquisto (gia’ cosi’ siamo pieni di souvenir e fare i bagagli e’ sempre piu’ un problema), ma e’ inutile, avere un bel posto dove fermarsi a dormire, una camera grande, bella pulita e attrezzata e magari qualche benefit (piscina, lavanderia, palestra, ecc) fa proprio piacere, anche perche’ ormai sono 40 giorni che siamo lontani da casa.
Ci fermiamo quindi per 2 notti al Best Western Premiere Saratoga: abbiamo un appartamentino a 2 piani: a piano terra cucina e sala piu’ un bagno con doccia, al piano superiore 2 camere (una con un letto king size ed una con 2 letti queen size) ed un bagno con vasca.
Insomma decisamente niente male. Inoltre le villette a schiera si sviluppano tutto intorno ad un laghetto, con dei ponticelli di legno e dei piccoli gazebo: insomma, davvero carino. Decidiamo di fare un giretto e veniamo quasi subito sorpresi da un fortissimo acquazzone, che qui da noi sarebbe il classico acquazzone estivo: io e Alicia ci rifugiamo sotto un chiosco delle bibite, dove una piccola ranocchia ci fa compagnia mentre Gabry va a prendere l’auto per venirci a prendere. Poi ci chiudiamo in casa, a farci prima una bella doccia calda e poi un bel piatto di spaghetti al dente. Il riscaldamento e’ acceso e manda aria calda dalle boccole nel pavimento: ad Alicia piace molto e sembra una versione in miniatura di Marilyn Monroe nella famosa scena col vestito bianco! 🙂
Il giorno dopo e’ il momento di Disneyworld! Sebbene il nostro hotel abbia la navetta gratuita, decidiamo di andare in auto: i 15 dollari di parcheggio in questo caso valgono la liberta’ degli orari.
Di Orlando non posso dirvi nulla: non l’abbiamo vista per niente. Abbiamo visto solo la zona dei 4 parchi Disney. Ma sappiamo dai vari depliant e anche dai manifesti in giro, che ce ne sono molti altri.
I 4 parchi Disney sono Magic Kingdom (quello che abbiamo fatto noi e che riguarda soprattutto le favole Disney, cioe’ le varie principesse, Dumbo, ma anche una parte sul Far West, su Tom Sawyer e qualcosa piu’ futuristico), Epcot (spazio e cose simili), Disney Animal (credo i film tipo Bug’s Life e simili) e Disney Universal. Ogni parco costa circa 90-95 dollari (noi abbiamo comprato i biglietti in hotel scoprendo solo sul momento che ti prendono 5 dollari a testa di emissione), ma se si fanno dei biglietti per 2 o 3 giorni si risparmia un pochino.
Noi pero’ non abbiamo il tempo, dobbiamo risparmiare, ma anche volendo ad Alicia interessa solo quello: gli altri hanno attrazioni che e’ piu’ facile che le facciano paura. Oltre ai parchi Disney, ad Orlando ce ne sono molti altri.
Anche questa e’ una meta dove tornare almeno una volta quando Alicia sara’ piu’ grande, e magari fermarsi 2 o 3 giorni.
Ovviamente all’interno del parco tutto e’ abbastanza caro, e sebbene la giornata sia piuttosto ventosa (ma almeno non c’e’ il rischio pioggia) e sia un giorno infrasettimanale di febbraio, il parco e’ piuttosto pieno. Le attrazioni sono circa una ventina, e i tempi di attesa variano dai 5 minuti all’ora. Insieme al biglietto viene dato un foglietto con l’elenco di tutte le attrazioni, e all’interno del parco ci sono alcuni chioschi o comunque location Fast Pass: entrando subito in questi chioschi si parla con il personale e ci si puo’ prenotare per 3 attrazioni: per quelle scelte, all’orario concordato con l’operatore, si potra’ accedere attraverso una corsia preferenziale. Per tutte le altre invece bisognera’ fare la coda standard (chiamata stand by). I tempi di attesa sono riferiti alla coda standard. Quindi ovviamente le attrazioni si possono fare tutte, ma per 3 si puo’ accedere velocemente. Noi purtroppo 2 ce le bruciamo.
Infatti scegliamo come 3 attrazioni di incontrare Cenerentola, Rapunzel e Ariel. Per fortuna per Ariel c’e’ posto troppo tardi e sostituiamo con l’attrazione Under the Sea (sempre argomento La Sirenetta). Poi pero’ ci sembra che la coda per incontrare Rapunzel sia corta, prima del nostro orario fast pass, cosi’ entriamo: in realta’ un po’ di coda e’ all’interno, ma ormai ci siamo. Chissa’ cosa ci aspettavamo: io qualcosa del tipo uno spettacolino, una favola. Invece ti fanno entrare uno per volta (va beh, una famiglia per volta) in una sala, dove c’e’ una ragazza vestita e truccata da Rapunzel, o Biancaneve o quello che e’, che bacia e abbraccia Alicia e puoi fare 2 foto con lei (ovviamente c’e’ anche il fotografo ufficiale, che ti da’ un biglietto con cui potrai poi vedere la tua foto e decidere se comprarla). Avreste dovuto vedere la faccia perplessa di Alicia! E’ inutile, e’ proprio mia figlia: non ha entusiasmo per queste cose: a 5 anni e’ gia’ molto attaccata alla realta’ e disincantata rispetto a queste cose. Guardava la ragazza che interpretava Rapunzel con una faccia che sembrava dire “Ma questa? Ci e’ o ci fa?” A questo punto l’altro incontro prenotato lo abbiamo saltato, e ci e’ invece andata bene che Under the Sea era un viaggetto su delle conchiglie lungo un percorso che riassumeva la storia di La Sirenetta.
Il parco lo abbiamo girato tutto: solo Magic Kingdom e’ secondo me piu’ piccolo di come mi ricordo Eurodisney. Molte cose pero’ le abbiamo saltate, o perche’ c’era troppa coda o perche’ Alicia aveva paura. Abbiamo pero’ fatto il giro di Small World (che non conoscevo: sono pupazzetti vestiti con i vestiti tradizionali di tutto il mondo) e i Pirati dei Caraibi (Alicia ha avuto molta paura e Gabry e’ stato colpito dallo schizzo sollevato da una palla di cannone), inoltre abbiamo fatto il giro del fiume a bordo di quella che sembrava una vera Steam Boat. D’altra parte l’avevamo mancata a New Orleans e l’abbiamo presa qui. Forse non ci crederete, ma a Disney World abbiamo mangiato una delle cose piu’ buone di tutta la vacanza: la pannocchia di mais abbrustolita. Favolosa!
La sera poi abbiamo fatto una coda pazzesca per uno Starbucks, quindi abbiamo assistito alla parata di luci e ai fuochi d’artificio.
Ah, dimenticavo: dal parcheggio, per andare al parco, bisogna arrivare al TTC (Ticket and Trail Center) dove si prende una monorotaia gratuita che ti porta o direttamente a Magic Kingdom, o a Epcot o fa un giro tra i resort. Per arrivare al TTC si puo’ andare a piedi, ma sono disponibili dei trenini, anche questi completamente gratuiti. Il parcheggio e’ enorme, quindi quando si arriva bisogna memorizzarne almeno il personaggio e possibilmente il numero. Noi ad es. eravamo Peter Pan 44. Al ritorno, ripreso il monotrail (10 minuti di coda verso le 20,45) siamo arrivati dove partivano i trenini per il parcheggio: le file di attesa erano divise tra heroes e villains, cioe’ tra buoni e cattivi. Peter Pan e’ un buono, ma di la’ c’erano Ursula, Capitan Uncino e cosi’ via. Di certo l’organizzazione e’ pazzesca.
Ah, quando arrivi dove gia’ devi avere il biglietto (se non lo hai comprato prima lo compri al TTC), passi la tessera davanti a dei lettori e appoggi anche l’indice per l’impronta digitale! Tanto ormai sono schedata ovunque!
Ancora una cosa: noi non lo abbiamo fatto per i soliti 3 motivi: poco tempo, non poter spendere troppo e soprattutto Alicia non ama essere truccata, ecc, ma c’erano un sacco di bambine vestite e truccate da principessa: in pratica vicino al castello di Cenerentola (che e’ proprio al centro del parco, ne e’ il simbolo, e dove circa ogni ora c’e’ uno spettacolo visibile dall’esterno) c’e’ un negozio che vende i vestiti delle principesse: costano circa 70 dollari e credo che se li acquisti, te li facciano indossare e ti facciano anche l’acconciatura classica col “mugnetto” e tutti i brillantini. Pero’ i vestiti sono proprio dozzinali. Comunque noi giravamo col cappottino, quindi…
Eppure c’erano un sacco di persone con maglietta e pantaloncini: gli stessi che alla sera, alla parata, erano tutti avvolti in asciugamani da spiaggia, comprati sul posto, per difendersi dal freddo.
Beh, con questo penso di avervi raccontato quasi tutto.
E domani si parte per Miami dove ci attende la Crociera!

USA – 7-11 febbraio 2014 – Houston e New Orleans

Dopo il volo piuttosto deludente da Los Angeles, Houston ci attende con una serata davvero fredda. Usciamo dall’hotel solo per mangiare qualcosa e ci saranno al massimo pochi gradi.
Per fortuna l’indomani il clima e’ decisamente piu’ mite e saliamo decisamente oltre i 10, forse anche 15.
Houston ci delude un po’. Ammettiamo di essere arrivati a Downtown tardi. Infatti dall’hotel prima torniamo all’aeroporto (che si trova a nord di Houston) ad affittare l’auto, quindi ci dirigiamo al nuovo hotel, che si trova invece ad est di Houston, gia’ sulla strada che dovremo intraprendere l’indomani per arrivare a New Orleans. La stanza non e’ ancora pronta, cosi’ decidiamo di aspettare mangiando qualcosa in un vicino ed enorme centro commerciale. Quindi scarichiamo i bagagli in camera e ci dirigiamo a Downtown. E’ sabato e alle 17 e’ praticamente tutto chiuso. C’e’ il classico centro costituito da vie che si intersecano regolarmente ed alti grattacieli, ma tutto e’ chiuso e gira poca gente, neanche troppo bella.
Insomma, tempo un’ora e risaliamo in auto e ce ne torniamo in hotel. Tra l’altro in hotel avevamo preso i vari depliant turistici e le attrazioni pubblicizzate erano comunque lo zoo, lo space center o un lunapark. Insomma, non ci sembra che Houston offra molto.
La sera pero’ almeno io e Alicia possiamo farci un bagno nella piscina riscaldata e al chiuso dell’hotel!
L’indomani mattina partiamo verso New Orleans, dove arriviamo comunque che e’ ormai buio, in quanto ci sono 5 ore di viaggio piu’ le soste.
Anche qui ci facciamo prendere dalla nostalgia e dal voler ripercorrere con Alicia le tappe dei nostri viaggi precedenti: conoscendo i suoi gusti siamo sicuri che le piacera’ visitare una piantagione: l’idea iniziale e’ di sceglierne una diversa da quella da noi visitata nel 2005, ma come allora alla fine la Oak Alley Plantation ci sembra la migliore ci rechiamo la’.
Pioviggina un pochino, ma per fortuna durante la visita del bel parco di querce secolari esce un po’ di sole.
E’ sempre sconvolgente e un po’ straziante trovarsi di fronte alla testimonianza tangibile di qualcosa di cosi’ terribile come la schiavitu’: leggere il prezziario degli schiavi e pensare che non risale a migliaia di anni fa ma solo a 150 fa venire i brividi. Come potevano persone giudicate normali e rispettabili pensare che fosse legittimo trattare un altro essere umano come una proprieta’, comprandolo e vendendolo e disponendo di lui come un oggetto? Per non parlare delle torture in caso di ribellione o tentativo di fuga. Cosa puo’ in generale portare un essere umano a ritenersi superiore ad un altro solo sulla base della razza? Beh, che stupida, ho detto 150 anni fa? Purtroppo non ne sono passati nemmeno 70 se invece che ai campi di cotone e canna da zucchero pensiamo ai campi di concentramento.
Il pregiudizio e’ una cosa: seppur sbagliato ha una sua spiegazione logica: se alcune persone con una certa caratteristica comune, di razza, religione, etnia o quant’altro, adottano un certo comportamento negativo, e’ in parte comprensibile provare poi paura nei confronti di altre persone con la stessa caratteristica. Non sto dicendo giusto o accettabile, ma solo almeno con una spiegazione logica. Fa parte del nostro spirito di sopravvivenza. E’ lo stesso motivo per cui la maggior parte di noi ha paura dei serpenti e dei ragni, anche quelli non velenosi ed assolutamente innocui, mentre non ha paura dei piccoli mammiferi, simpatici e pelosi. Il gatto che si e’ bruciato con l’acqua calda ha paura anche dell’acqua fredda.
Se da domani in TV o sui giornali venissimo a sapere prima di un assassino alto, biondo e con gli occhi azzurri, poi di un altro, diverso, ma sempre alto, biondo e con gli occhi azzurri, e poi ancora e ancora, beh, non mi stupirebbe che si creasse un pregiudizio nei confronti degli uomini alti, biondi e con gli occhi azzurri. Ovviamente sarebbe comunque ingiusto, perche’ ci sarebbero un sacco di uomini alti, biondi e con gli occhi azzurri e assolutamente onesti e non pericolosi, pero’ almeno a livello razionale ci sarebbe un motivo, una spiegazione.
Ma il razzismo, cioe’ il pensiero che una persona sia inferiore, abbia meno diritti e possa essere trattata diversamente solo perche’ appartiene ad una razza piuttosto che ad un’altra, questo proprio non ha senso, non riesco a trovargli alcuna spiegazione, e’ solo assurdo e basta. Eppure un’intera societa’ ci si e’ basata sopra per decine, centinaia di anni. Se non fa venire i brividi questo…..

A proposito di brividi, verso l’una si mette a piovere intensamente e ci dirigiamo verso New Orleans: parcheggiamo in un grande centro commerciale in fondo a Canl Street e dopo aver avvolto Alicia in una mantellina antipioggia (comprata ancora in lire circa 15 anni fa e mai usata!), ci dirigiamo al quartiere francese. Purtroppo la pioggia non aiuta: facciamo vedere ad Alicia alcune vie, teatro de La principessa e il ranocchio ed ancor piu’ dei giochi che ne sono derivati, arriviamo nella piazza della Cattedrale, dopodiche’ stanchi e infreddoliti ci rifugiamo in uno Starbucks, dove raccogliamo le forze per tornare in hotel.
New Orleans e’ una citta’ estremamente affascinante, ma la prima volta Bourbon Street ci ha accolto di sera con i suoi ubriachi e i conseguenti poco piacevoli effluvi, e stavolta con la pioggia e un po’ di fresco. E comunque siamo in pieno giorno, di lunedi, e ci sono i locali che ti chiamano dentro per provare una delle loro ragazze! E tutti girano con alcolici in mano, alle 4 del pomeriggio. Certo, i negozi che vendono souvenir con soggetti teschi, scheletri e vudu, oppure le piccole fabbriche di dolci, sono molto suggestive ed allettanti. E anche le architetture sono molto caratteristiche, colorate e piacevoli (tra l’altro mancano meno di 3 settimane al famoso Mardi Gras). Ma la cura e la pulizia non sono certo quelle della California.
Comunque, anche se lasciamo New Orleans senza troppi rimpianti, capiamo che per alcuni New Orleans possa esercitare un fascino unico, anche grazie alla sua musica e alle sue superstizioni e al suo culto dei morti (qui sono famosi i tour dei cimiteri, cosa che ovviamente noi evitiamo, visto che Alicia non e’ esattamente un cuor di leone!)

Purtroppo ci attendono 2 giorni di viaggio per raggiungere Orlando e Disneyworld!

USA, bilancio

Come fatto per l’Australia, posso ormai fare un bilancio per gli USA. Sebbene ci fossi già stata, alcune cose non le ricordavo. In ogni caso all’epoca non avevo un sito web su cui scriverle, quindi…

Dal punto di vista delle abitudini c’è molta similitudine con l’Australia, almeno dal nostro punto di vista. Ad es. anche qui nei supermercati vendono i tetrapack di albume o di tuorlo. A me fa un pò senso, anche se poi a pensarci bene può anche essere pratico ed alla fine non è una cosa così schifosa: rompono le uova, separano il bianco dal rosso e li confezionano in tetrapack! Serve per cucinare, ma serve anche per chi fa molta palestra e deve mangiare molti albumi, per non doversi comprare dozzine di uova e poi non sapere che farsene dei tuorli. Anche perchè con quello che costano le uova qui! Il minimo sono confezioni da 6, ma sono più diffuse quelle da 12 e 24, e se fai i conti un singolo uovo costa circa mezzo euro, mentre in Italia io lo pago anche meno di 20 centesimi. Sarà perchè qui hanno il guscio bianco? Scherzi a parte, si fa fatica a distinguere un uovo sodo sbucciato da uno ancora da sbucciare. A questo proposito, nel Seven Eleven sotto il Best Western vicino all’aeroporto di Los Angeles, ho trovato una confezione con 2 uova già sode e la bustina di sale e pepe. Dico a proposito perchè ci ho messo un po’ a capire se erano già sbucciate (nel qual caso non le avrei comprate), ma poi ho capito che il guscio lo avevano ancora.

Anche qui come in Australia, tutto è o bollente o ghiacciato. Ogni volta dobbiamo dire “No ice” altrimenti è tutto ghiaccio. Non ne facciamo una questione di poca resa, è proprio che le bibite escono già freddissime dal distributore, eppure tutti mettono quintali di ghiaccio. In ogni hotel c’è sempre il distributore del ghiaccio, ben evidenziato e segnato sulle mappe che ti danno all’arrivo. E nei vari market, specie quelli dai distributori di benzina, vendono pacchi di ghiaccio da 5 a 20 chili! Poi però prendi un caffè e devi aspettare almeno un quarto d’ora per berlo, perchè altrimenti ti ustioni. Io tutte le volte provo ad assaggiarlo e mi faccio la bollicina sul palato, come quando addenti la pizza col il formaggio fuso sopra.

Anche qui spesso c’e’ l’aria condizionata a palla, ma in Florida per assurdo meno che in altri posti (dico per assurdo perche’ qui fa sempre caldo!). Abbiamo scoperto che purtroppo la Florida a febbraio e’ parecchio cara: molti vengono a svernare qui, quindi e’ difficile trovare posto negli hotel. Ad es. sulla crociera abbiamo conosciuto dei signori, di una certa eta’, di Trieste, che pero’ vivono da molti anni a New York e che adesso erano a svernare, fino ad aprile, a Fort Lauderdale (1 oretta a nord di Miami). Nel frattempo non si sono fatti mancare una crociera nei Caraibi. Insomma, una vitaccia!

Anche qui non usano molto le doccette: cioe’ non hanno il tubo flessibile, ma solo la pignatta in alto. Tra l’altro hanno dei modi assurdi di aprire l’acqua e di far passare l’acqua dal rubinetto alla pignatta: addirittura in un hotel all’arrivo il concierge ci ha fatto vedere, su un rubinetto che aveva li’, nella lobby, staccato, come si faceva appunto per far cambiare il punto di uscita dell’acqua: questo dovrebbe spiegare molto! (Peccato che la sera prima, in un altro hotel, avevamo avuto lo stesso rubinetto, nessuno ci avesse detto nulla, e ci avessimo messo un’ora per capire!)
Ovviamente io parlo di alberghi: non ho idea di come siano le cose nelle case, ma di solito le abitudini sono simili.

Altra caratteristica e’ che nei bagni non manca solo il bidet, ma anche lo scopino per il water. Devo dire pero’ che in effetti non sembra servire: Hanno dei sistemi di scarico dell’acqua che lo rendono superfluo. In questo caso non capisco perche’ non li adottiamo anche noi. Non tanto per casa, quanto per i bagni pubblici: in effetti non li ho mai trovati sporchi. Scusate l’argomento, ma anche questo fa parte delle differenze nella vita comune! E’ cultura anche questa! 🙂

Altre cose particolari sono piu’ specifiche: ad es. in Florida esistono delle strade a pagamento che pero’ non prevedono il pagamento in contanti e nemmeno con carta di credito: sei obbligato ad avere il SunPass (l’equivalente del Telepass) o il PlatePass, che altro non e’ che aver aderito a un servizio per cui le telecamere individuano la tua targa e ti addebitano il pedaggio: con questo secondo sistema pero’ il pedaggio e’ doppio rispetto al SunPass. Ma la cosa piu’ strana e’ che non hanno caselli: semplicemente lungo la strada a volte ci sono dei pali con delle telecamere e li’ paghi senza accorgertene (non c’e’ nessun bip, come da noi col Telepass). Senz’altro e’ piu’ veloce che da noi, ma lo trovo abbastanza assurdo, soprattutto per i turisti. Ad es. con l’auto a noleggio ci hanno chiesto se volevamo il servizio col PlatePass (neanche col SunPass) e ci hanno fatto pagare 35 dollari in piu’: dicendoci pero’ che se non avessimo preso quel servizio aggiuntivo e poi fossimo passati in qualcuna di quelle strade ci sarebbero arrivate delle multe. Eh, si’, perche’ tu comunque ci puoi passare quasi senza accorgertene (ci sono dei cartelli lungo la strada, ma non c’e’ appunto alcun casello, barriera o simile) e credo che in ogni caso ti prendano la targa, pero’ se non hai aderito al servizio, invece che pagare il pedaggio ti fanno la multa!

Comunque deve essere un’innovazione degli ultimi anni, perche’ quando eravamo venuti in Florida nel 2005 avevamo fatto piu’ strade di adesso e sono sicura che non ci fossero.

A Miami Beach mi ha sorpreso che il parcheggio lungo Ocean Drive non e’ caro: costa 1,75 dollari all’ora (meno dell’euro e quaranta di Savona). Pero’ prima di pagare devi anche digitare la targa, che viene poi stampata sul bigliettino da esporre sul cruscotto: in questo modo se hai acquistato piu’ tempo di quello che poi usi, non lo puoi neanche cedere a quello dopo!

In media comunque gli americani sono un po’ piu’ ligi alle regole di noi, soprattutto al discorso dello stare in coda, del passare uno per volta, ecc. Il che non vuol dire che non ci siano i maleducati e quelli che in macchina superano i limiti, o simili, ma solo che in percentuale sono meno che da noi. La mia personale sensazione e’ pero’ che negli ultimi 10 anni questa percentuale sia un po’ salita anche qui.

Ah, anche qui e’ difficile trovare da comprare una birra solo, e ti vendono il ghiaccio a 0,89 dollari per 10 libbre (in pratica 70 centesimi di euro per quasi 5 chili!). Lo compri nei market, insieme alle birre e a bauletti di polistirolo, e te lo porti in spiaggia.

In generale gli americani sono abbastanza gentili e amano molto gli italiani: purtroppo pero’ appena sentono la parola Italia ti dicono “Oh, Sicily, Mafia!” sorridendo. E comunque quando pensano all’Italia pensano all’Italia del Sud: Napoli, la pizza, sole e mare, tarantella. Ad es. per loro la canzone italiana e’ quella napoletana di 40 anni fa!
Pero’ sono gia’ contenta che non ci dicano Berlusconi e bunga bunga.

Beh, e con questo vi saluto: se mi verranno in mente altre particolarita’ non manchero’ di farvelo sapere!

 

 

 

 

 

USA – 13 febbraio 2014 – Disney World Magic Kingdom

Siamo al Magic Kingdom Park, il parco Disney per antonomasia, quello,il cui simbolo è il castello delle fiabe, che poi per l’esattezza è il castello di Cenerentola.

Esistono altri 3 parchi Disney, tutti qui vicino, e poi molti altri parchi non Disney, da Harry Potter (che ahimè non faremo per questioni di poco tempo e perchè Alicia ancora non lo conosce e probabilmente avrebbe paura) a Universal Studio, a parche acquatici ed alto ancora.

Diciamo che è la versione per bambini di Las Vegas, anche se poi ovviamente c’è pieno di adulti.

Il solo Magic Kingdom secondo me è più piccolo di Eurodisney, ma io ci sono stata solo una volta nel 1997.

Purtroppo Alicia ha paura di fare molte attrazioni, anche quelle adatte alla sua età. Proviamo ora a portarla a Under the Sea, un trenino nella grotta della Sirenetta, il suo personaggio preferito.

Speriamo bene.

Un saluto da… where the dreams come true!

USA – 1-7 febbraio 2014 – San Diego, Palm Springs e Las Vegas

Quando abbiamo pensato a questo viaggio, non abbiamo avuto il tempo di scendere troppo nei dettagli. Abbiamo pero’ pensato che una settimana tra l’arrivo a Los Angeles e la ripartenza per Houston sarebbe comunque stata bene spesa, e che oltre a San Diego qualcosa avremmo fatto. Quando nel 2000 abbiamo fatto il viaggio di nozze, abbiamo fatto anche un piccolo tour organizzato di 4 giorni (mai scelta e’ stata piu’ azzeccata, visto che proprio li’ abbiamo conosciuto Marco, uno dei nostri piu’ cari amici, una di quelle persone che pensi che era destino conoscere e che benedici la scelta che lo ha fatto succedere) e in questo tour c’era una notte a Las Vegas. Avevamo dormito in un hotel non a tema, l’Hilton, e non avevamo giocato nemmeno un dollaro, anche perche’ la nostra efficentissima guida (Renata, di Roma anche lei come Marco) ci ha fatto assistere a tutti gli spettacoli gratuiti possibili e immaginabili negli hotel sulla strip. Ci eravamo detti: Las Vegas va bene vederla una volta, ma non vale la pena tornarci. Gia’, ma Alicia non c’e’ mai stata. Cosi’, una volta in California, il tempo non consente di andare a spiaggia, gia’ nel 2006 ci siamo fatti tutta la costa (da Santa Barbara ad Hungtinton Beach, Newport, ecc), a questo punto una puntatina a Las Vegas si puo’ fare. E poi un po’ di curiosita’, di rivederla quasi 14 anni dopo, con l’esperienza di viaggio che abbiamo adesso, ce l’abbiamo. Ma San Diego – Las Vegas e’ un po’ una mazzata (circa 6 ore), cosi’ decidiamo di fare una sosta nel mezzo.
Abbiamo sempre sentito nominare Palm Springs: non abbiamo idea di cosa ci sia, ma ce lo immaginiamo un posto da ricchi nel deserto. Per fortuna rispetto all’Australia e alle Hawaii, la California e’ davvero economica in quanto a pernottamento (per 3 notti al Best Western a San Diego abbiamo speso 169 euro in tutto: in Australia al massimo ci facevi una notte e mezzo!).
Cosi’ consultiamo il fidato booking.com (non ci ha mai deluso, anche quando il posto non era un granche’, lo sapevamo prima) e troviamo il Desert Isle Resort, che offre un mini appartamento per meno di 100 euro. Potremmo spendere meno, ma l’idea di avere un appartamentino con una cucinetta ci attira troppo. Si vive solo una volta e soprattutto noi faremo un giro del mondo solo una volta (ahime’!). Cosi’ prenotiamo. Ci attira anche l’idea della piscina riscaldata (visto che di giorno il tempo e’ abbastanza bello, ma comunque si arriva a 20-21 gradi e di notte poi fa freddo, circa 10 gradi).
L’idea iniziale e’ di partire subito per Palm Springs, per goderci appunto questi benefit, ma poi a Oceanside, che e’ di strada, poco a nord di San Diego, c’e’ il museo del surf. Inoltre il martedi’, proprio quando ci passeremmo noi, e’ pure gratuito. Da buoni liguri non possiamo perdere l’occasione! 🙂
Scherzi a parte, Gabry ha fatto alcuni anni fa amicizia su facebook con Silvia, di origini italiane, che abita a Carlsbad, praticamente attaccata a Oceanside. Sa di questo viaggio e siamo d’accordo di incontrarci. Insomma tutto combacia perfettamente.
Poiche’ nei 2 giorni precedenti ce la siamo presa comoda, partendo da San Diego dobbiamo almeno ancora passare a Mission Bay e a La Jolla.
Mission Bay e’ simile a come ce la ricordavamo, ma ora diamo importanza ai giochi per bambini, dove Alicia si diverte, ma prende anche una bella schienata cadendo dall’altalena (tranquillizate i nonni, nessuna conseguenza, e’ caduta sulla sabbia). Invece il visitor center che consentiva di prenotare gli hotel e dava il benvenuto a San Diego (per chi arrivava dalla costa nord) riporta il cartello che 3 anni fa, dopo 40 anni di onorato servizio, ha chiuso. Un po’ ci sentiamo in colpa: anche noi stiamo prenotando tutto su internet, con l’ipad: ormai certe strutture non hanno piu’ troppo senso di esistere.
La Jolla la vediamo passando proprio sulla costa (e facendo arrabbiare il navigatore, che vuol farci prendere la strada piu’ veloce, ma meno suggestiva).
Posso dirlo: “Ho visto case che voi italiani non potete neanche immaginare”! 🙂 (Va beh, Rutger Hauer non diceva proprio cosi’, ma il concetto era lo stesso).
Beh, per non farci mancare nulla, vediamo pure le foche spiaggiate sulla spiaggia (dopo i delfini e i koala, sempre visti in liberta’, non potevamo farci mancare le foche).
Insomma, ci vorremmo stare giorni qui, non poche ore: arriviamo al museo del surf un’ora prima della chiusura.

Il tipo che ci accoglie e’ davvero simpatico, e poco dopo arriva Silvia: e’ dolcissima come la immaginavamo. Chiacchieriamo un po’ (si fa per dire, io con il mio inglese, lei con il suo italiano), ma il tempo passa in fretta e ci dobbiamo salutare.

L’arrivo a Palm Springs e’ spettacolare, nel senso che quando apriamo la porta dell’appartamento rimaniamo di stucco per la sorpresa: appartamento piu’ grande di casa nostra: una camera da letto, ingresso a sala con caminetto a gas che ci accende come se fosse una luce, cucina mega accessoriata (non solo frigo, forno, forno a microonde e fornelli ad induzione, ma anche lavastoviglie e tritarifiuti, ed ovviamente pentole, bicchieri, posate, tostapane, frullatore, ecc, ecc), e 2 bagni, di cui uno con vasca e uno con mega doccia-sauna!

Dalla sala si accede direttamente al giardino interno alla struttura, con fontana, piscina riscaldata e piscina idromassaggio. Ogni villetta ha il suo patio, con sdraio e barbeque!

Insomma, un vero paradiso, tant’e’ che ci facciamo anche un bel bagno in piscina alle 8 di sera. Certo,e’ buoi da ormai un paio d’ore, e ci saranno 10 gradi, ma la piscina e’ riscaldata ed e’ tutta per noi, ed ovviamente alla reception ci hanno dato gli asciugamani appositi.

Ah, Palm Springs, un sogno! E poi ci possiamo cucinare una bella pasta!

Peccato essere arrivati tardi (ma San Diego meritava troppo) e stare solo una notte: beh, forse meglio cosi’. Non e’ il caso di abituarsi: questo non e’ certo il nostro target abituale.

L’indomani facciamo un veloce giretto per Palm Springs: giusto il tempo che Gabry possa sbirciare sotto la gonna dell’enorme statua di Marylin Monroe 😉 e di vedere da dove parte una funicolare ripidissima: sarebbe troppo da fare, ma ci vorrebbe troppo tempo e quasi un centinaio di dollari in tre. Pazienza, partiamo per Las Vegas.

Las Vegas e’ come la ricordavamo: vorremmo girare 2 orette, ma alla fine farci quasi tutta la strip dal Luxor (che e’ ad un’estremita’) al Treasure Island (che non e’ alla fine, ma oltre non ce la facciamo) ci porta via quasi 4 ore andata e ritorno. Ovviamente non sarebbe cosi’ lungo, ma tra le fontane del Bellagio, un giro a Venezia, un’entrata e uscita al Caesar’s Palace, qualche foto all’Harley Davidson Cafe’, insomma a mezzanotte e mezza prendiamo l’ultimo tram per andare dall’Excalibur al Luxor, con Alicia in braccio, che e’ stata bravissima e paziente, ma ha male a un piede e non ce la fa piu’ a camminare.

In pratica andiamo a nanna all’una e mezza: l’indomani mattina giro nel Luxor (le star del Luxor sono i Jabbawockeez, i primi che hanno visto American Best Dance Crew, un programma di gare di hip hop e break dance che da anni seguiamo in Italia) e poi dobbiamo almeno giocare un dollare a testa alle slot, che ormai sono dei computer (non c’e’ piu’ la levetta da tirare). Gabry gioca subito tutto il dollaro, vince 40 centesimi, rigioca tutto e perde tutto. Io faccio un po’ di giocare da 20, 30 centesimi. A volte perdo a volte li rivinco. Insomma, alla fine per ricordo mi faccio stampare il voucher per ritirare 50 centesimi!! Wow, dei veri giocatori incalliti!

Mentre Gabry gioca, io e Alicia siamo a 1 metro da lui, senza sederci, ma arriva il tipo della sicurezza e ci dice che Alicia non puo’ stare li’. Ci allontaniamo, ma Alicia ci resta malissimo e si mette a piangere e continua a dire “Ma cosa facevo di male?” Poverina, lo prende come se l’avessero rimproverata.

Per finire il nostro viaggio a Las Vegas abbiamo ancora una tappa: il banco dei pegni Gold & Silver Pawn: in Italia, su History Channel, guardiamo sempre Affari di famiglia: e’ un programma intelligente, perche’ facendoti vedere la gente che vuole vendere cose strane, ti fanno la storia di quegli oggetti spiegandoti un po’ di cose (a volte vendono monete, altre mappe antiche, lettere di presidenti, vecchie macchine da cucire, armi, giocattoli antichi, ecc, ecc).

Evidentemente non siamo gli unici, perche’ per entrare c’e’ da fare un po’ di coda, ma si smaltisce presto e ci compriamo pure una moneta: costa poco e non ce ne faremo nulla, ma vuoi mettere avere la ricevuta di acquisto? Ora guarderemo il programma con occhi diversi, anche se ovviamente non c’e’ nessuno dei protagonisti (cioe’ il proprietario, con suo padre e suo figlio, oltre a un dipendente).

E con questo e’ davvero tutto: ci attende un lungo viaggio di circa 4 ore verso Los Angeles, con punte minime di 41 gradi farenheit (5 gradi celsius), pioggia e becchiamo anche la nebbia!

Comunque la strada e’ immensa e piena di auto (pero’ non troppo traffico), non come il deserto fatto tra Palm Springs e Las Vegas, dove beccavamo una macchina ogni mezz’ora, e strade a doppio senso con un asfalto terribile e piene di dip! (per chi non lo sapesse, il dip e’ l’opposto di una cunetta: ce ne sono certi che se non li prendi piano ti pianti con il muso della macchina all’ingiu’).

Scusate, l’articolo non e’ certo dei migliori per lo stile. Ma scrivo di corsa, dalla camera di Houston, prima di partire per New Orleans: il tempo e’ poco, perche’ ovviamente lo dedichiamo a vedere i posti o, ahime’, a ore di auto di trasferta. E poi una volta in camera c’e’ da fare con valigie, doccia, cena, ecc.

Pero’ o scrivo male o non scrivo proprio, quindi ho pensato che agli amici facesse piacere comunque leggere qualche notizia non troppo stantia (devo ancora recuperare su Australia e Hawaii).

Con questo vi saluto e vado a chiudere le valigie.

Al prossimo articolo

 

USA – 7 febbraio 2014 – LAX: aeroporto di Los Angeles (American Airlines) bocciato!

Siamo all’aeroporto di Los Angeles: la navetta dell’hotel ci ha portato al terminal.

A parte la gentile signora che ci ha accolto, il resto non e’ stato un granche’: come alle Hawaii abbiamo dovuto fare il check-in al computer, e fin qui niente di male, anzi, a me piacciono le procedure fai da te, tecnologiche. Pero’ quando abbiamo provato a mettere il codice frequent flyer non ce l’ha accettato. Cosi’ abbiamo chiesto al personale che era li’, e si’, ci hanno risposto, ma con uno scazzo… Hanno provato a reinserire il codice loro (come se io non sapessi digitare 7 cifre che vedevano anche loro sul video), e poi mi hanno detto di chiedere al Gate. Quindi vengono stampate le carte d’imbarco e scopriamo che il posto non e’ assegnato! Il che significa che poi al gate, se non sali subito, chissa’ dove ti devi sedere (non e’ un problema, ma noi siamo con Alicia e ovviamente vorremmo rimanere vicini). Quindi ti pesano i bagagli e te li devi portare ancora per un pezzetto al controllo TSA. Finalmente liberi dei bagagli piu’ pesanti, ci dirigiamo subito al gate: si possono portare solo un bagaglio a mano ed un oggetto personale a testa. Per noi non c’e’ problema, perche’ conta anche Alicia e quindi ci stiamo dentro (ci sto dentro, fratello! 🙂 ), ma e’ la prima volta che ci capita. Tra l’altro anche la signora che ci controlla ha un certo scazzo. Quindi controllo solito al metal detector: solita trafila, spogliati quasi (niente scarpe, orologi, cardigan, il pc fuori dalla borsa, mentre i tablet possono rimanere dentro: da notare che dicono ipad per dire tablet). Passato questo ci troviamo al terminal 4: non eccezionale, ma qualche negozio e bar ci sono: solite cose. Pero’ per andare al nostro gate dobbiamo spostarci al terminal 6 e dobbiamo prendere un autobus, che passa in mezzo all’aeroporto, a fianco agli aerei: e’ la prima volta che un aereo mi decolla a 10 metri di distanza! Ecco al terminal 6: un piccolo “capannone” con un solo baretto, 7 o 8 gate, senza wifi (il LAX wifi, unico non protetto, qui arriva con “segnale assente”), e la maggior parte dei “banconi” per appoggiarsi con i pc hanno le prese di corrente rotte. Inoltre a fianco a noi c’e’ un passeggero che sembra Hugo di Lost: speriamo bene!
Ah, nei bagni la carta per asciugarsi le mani e’ finita, e la maggior parte dei distributori automatici e’ Out of order. Ah, Los Angeles, la citta’ degli Angeli!!!
Dimenticavo: e’ il primo volo (il quinto di tutto il viaggio) che e’ in ritardo di un’ora: lo abbiamo saputo appena arrivati in aeroporto. Per fortuna che e’ stata l’unica volta che ce la siamo presa comoda e siamo arrivati con meno di 2 ore di anticipo sull’orario di volo. Ora sono le 13,45: avremmo dovuto essere gia’ imbarcati, invece decolleremo alle 15 (speriamo!!!)

Ovviamente ho scritto la prima parte di questo articolo mentre aspettavo l’aereo, senza poterlo pubblicare. Lo riprendo 2 giorni dopo perche’ non ho piu’ avuto tempo.

Il volo era in ritardo di ulteriori 10 minuti, e al gate il monitor indicava che il prossimo volo era uno per Phoenix alle 16,10 anziche’ il nostro. Infatti tutti chiedevamo. Per mettere un’informazione sbagliata, non metterla proprio!

Al momento dell’imbarco abbiamo dovuto lasciare la valigia a mano prima di salire sull’aereo: abbiamo scoperto dopo che l’hanno imbarcata, ma non con i bagagli imbarcati al check-in, infatti a fine volo abbiamo dovuto aspettare subito fuori dall’aereo per riprenderla e poi andare ancora al baggage claim per gli altri.

L’aereo non era un vero aereo: era un autobus con le ali!! Aveva solo 2 file da 2, per un totale di 68 posti o giu’ di li’. Era un CRJ: credevo che per il decollo ci chiedessero di scendere e spingere! 🙂

Per fortuna erano solo 3 ore, ma Gabry se le e’ fatte tutte vicino a una signora anzianotta (sembrava peruviana o giu’ di li’) che non si capiva che lingua parlasse, che voleva che Gabry telefonasse a sua figlia (lo abbiamo intuito poi all’arrivo) durante il volo!!!! E che ad ogni turbolenza (ce ne sono state un bel po’) si faceva il segno della croce. Per non parlare di altri rumori ed emissioni odorose moleste!

Insomma, direi il peggior volo aereo della nostra vita dal punto di vista della qualita’!

Per fortuna che ormai resta solo piu’ quello per tornare a casa!

Ah, per la seconda volta ci hanno aperto il bagaglio: lo sappiamo perche’ mettono all’interno un biglietto in cui avvisano che e’ stato fatto il controllo TSA. Poiche’ una valigia non aveva i lucchetti TSA, ci hanno rotto il lucchetto e buttato via (non c’e’ piu’, quindi….). Un po’ da’ fastidio sapere che ti aprono la valigia e ti frugano tra la biancheria, anche se per carita’, abbiamo visto che si mettono i guanti, anche se ovviamente credo lo facciano piu’ per se stessi!!

Comunque American Airlines e specialmente American Eagle per ora bocciati di brutto. Hanno solo piu’ una possibilita’ di rifarsi, col volo Miami-Milano. Speriamo sia meglio perche’ li’ sono 10 ore…..

USA – 1-4 febbraio 2014 – San Diego: i love you

La frase che sto per scrivere non l’ho mai letta o sentita, ma per me e’ vera:
San Diego e’ la citta’ piu’ bella del mondo.

Ho 41 anni e la passione di viaggiare da sempre, per cui ho sempre impiegato le nostre risorse famigliari in viaggi, a scapito di gioielli, borse, tappeti, scarpe e tutte le altre cose che solitamente fanno spendere un sacco di soldi alle donne. Quindi un po’ di citta’ famose le ho viste. Da quelle italiane (Roma, Venezia, Firenze, Milano, Torino, Napoli, Bologna solo per citare e piu’ grandi e famose) a quelle europee (Parigi, Londra, Barcellona, Lisbona, Strasburgo, Ginevra, Amsterdam, Bruxelles, Vienna, Monaco di Baviera) a quelle del Nord America (Los Angeles, San Francisco, Las Vegas, New York, Boston, Whasington, Philadelphia, Toronto, Ottawa, Montreal, Quebec City) e, per la prima volta in questo viaggio, Hong Kong e Sydney.
Eppure nessuna ci ha rubato il cuore come San Diego. E’ la terza volta che torniamo, ed ogni volta temiamo che il ricordo sia piu’ dolce della realta’ e di rimanere delusi. Invece e’ esattamente il contrario: ogni volta ci stupiamo di quanto ci piaccia e di quanto riesca ancora a regalarci. Forse il suo fascino e’ dato dal fatto di essere una citta’ con l’organizzazione e l’ordine americano, ma il sapore e la rilassatezza messicane o comunque latine.

Ma e’ anche che e’ una citta’ grande, ma poco caotica, molto vivibile, e molto varia. Si va dal SeaPort Village, un piccolo villaggio commerciale sulla marina, sotto i grattacieli di Downtown, al quartiere GasLamp, proprio a Downtown; dal promontorio di Point Loma, con l’antico e il nuovo faro sull’Oceano, il monumento a Cabrillo e la base e i cimiteri militari, all’istmo del Coronado, con il suo antico, lussuosissimo e meraviglioso hotel in legno, del 1888, dove hanno soggiornato presidenti e star famose (da Frank Sinatra a Marylin Monroe), e dove di puo’ entrare per girare tra i negozi o prendere qualcosa da bere intorno alla piscina, per poi accedere alla spiaggia sull’Oceano (e magari godersi un fresco tramonto come abbiamo fatto noi stasera); da Old Town, un “parco” storico in stile decisamente messicano, pieno di negozietti di souvenir (il soggetto principale sono i teschi, o meglio il dio de la muerte) e ristoranti messicani, al Balboa Park, un immenso parco che racchiude vari musei (dell’aviazione, dello sport, dell’automobile). Senza poi parlare delle attrazioni piu’ turistiche e pubblicizzate come lo zoo (ammetto non cosi’ bello come quello di Sydney, ma comunque notevole), il SeaWorld, Il Safari Park o Legoland.
Ah, e poi stavo per dimenticare (perche’ questa volta non ci siamo ancora stati, ci vogliamo fare un salto domattina) Mission Bay e la zona de La Jolla, con le sue spiagge e le sue case lussuose (gia’ come se quelle a Point Loma o a Coronado non lo fossero).

Insomma San Diego e’ una citta’ che ha veramente di tutto, ma soprattutto tanto verde, tanta tranquillita’, tanti angoli meravigliosi.

Avremmo trovato anche l’angolo (anzi il triangolo) perfetto in cui vivere: Velvet Park, a Coronado, all’incrocio tra Guadalupe Avenue e Jacinto Avenue.
Ma a San Diego qualunque angolo andrebbe bene.
E’ una citta’ meravigliosa, e sebbene questa sia la terza volta che ci torniamo, non sara’ l’ultima. Ed anzi, la prossima volta ci piacerebbe magari affittarci un appartamento e vivere un po’ di piu’ questa citta’ meravigliosa (sebbene d’inverno non sia caldissima: in questi giorni c’era il sole, ma di giorno non si superavano i 15 gradi e la sera si scende almeno a 10).

Quindi, in conclusione, lo ripeto: per noi San Diego e’ la citta’ piu’ bella del mondo!

USA – 31 gennaio 2014 – In mainland

Atterrati a Los Angeles con circa 30 minuti di anticipo.

Volo bruttino,  senza alcun servizio, giusto un po’ d’acqua, caffè e succhi, il resto a pagamento. Eppure è un volo di 5 ore con American Airlines!

Recuperati i bagagli prendiamo la navetta per l’ Hilton.

Fuori circa 15 gradi, ventosino. L’unica cosa che non rimpiangiamo delle Hawaii è l’hotel.

Fast food ed ora rientriamo in hotel a farci una doccia e fare nanna: letto king size, si dorme in 3. Il king size me lo sono sognato per 3 anni dopo che è nata Alicia, quando non c’era verso di farla dormire se non con noi!

Domani ritiriamo l’auto, quindi salto a Malibu e poi via verso San Diego.

Previsioni, parzialmente nuvoloso, massime 17 minime 9.